Il poeta della luce e dell’aria: Dean Potter  – 18 maggio 2015

Il poeta della luce e dell’aria: Dean Potter 

Articolo di Katie Ives su alpinist.com del 18 maggio 2015 

Sabato 16 maggio, Dean Potter e Graham Hunt sono morti in un incidente durante un volo con la tuta alare nel parco di Yosemite. Avevo appena riacceso il telefono dopo una giornata passata ad arrampicare quando ho ricevuto il messaggio. Durante il rientro in auto dal New Hampshire, ho osservato il sole della sera che trasfigurava le montagne con i colori dei fiori di primavera, rosa pallido e oro, e pensavo a quando Dean amasse il “paese del nord” dove aveva passato l’infanzia. 

C’è una particolare intensità nel mese di maggio nel nord del New England, un’intensità che deve essere vista e percepita per essere compresa. Uno scintillio di verde gocciola attraverso il paesaggio. Piccoli boccioli appaiono sugli aceri e sui meli, trasformando i pendii delle colline in sprazzi di luce multicolore. I ruscelli si gonfiano per lo sciogliersi della neve, scrosciando verso valle dalle cime. Una sensazione di vaga promessa si diffonde nell’aria – la sensazione di qualcosa di più grande, di più luminoso, di più vivo, giusto al limite dell’immaginazione. E’ un ambiente surreale per pensare alla morte. Eppure, da ieri, tutto mi fa pensare a Dean: le stelle della scorsa notte sopra I campi coltivati mentre raggiungevo il mio appartamento in Vermont così come il sole di questa mattina che infiamma i narcisi. 

Dean ed io abbiamo lavorato insieme per anni su vari progetti, per Alpinist e per altre testate. Come redattore, riesci a cogliere un barlume di quello che è l’animo più profondo dei tuoi scrittori, quei frammenti di sogni e speranze e paure risvegliati dal processo creativo. Nell’ottobre del 2008, quando i vecchi proprietari di Alpinist andarono in bancarotta, mi chiamò immediatamente, anche se lo conoscevo appena. Mi disse che sapeva cosa volesse dire perdere tutto e voleva essere di aiuto. Per un mese, quell’autunno, mi ingaggiò come redattore freelance ed assistente alle ricerche per un progetto su cui stava lavorando. Mi scriveva e mi chiamava regolarmente, non solo per parlare del progetto, ma anche per sapere come stessi reagendo alla situazione, per dirmi che egli era convinto che i momenti più oscuri della vita potevano portare ad una grande creatività, che quei momenti in cui guardiamo in faccia il vuoto sono quelli in cui nuove idee ed immagini ci inondano la mente, come la spinta aerostatica sostiene un uccello in volo e ne impedisce la caduta. 

 

Mi raccontò di un sogno ricorrente che aveva avuto fin da bambino. In seguito, quando si rivolse ai nuovi proprietari di Alpinist per sollecitare la mia riassunzione, scrisse del suo sogno per il numero 27. 

“…il canto di un uccello filtrava attraverso il mio sonno. Sognavo piume che mi spuntavano sulle braccia, campi che rotolavano lontani sotto di me in onde di verde striato dal grigio delle nubi, distorcendosi in terre deserte e arse fatte di dune di sabbia chiara e tempeste di polvere…. Il cielo sembrò spezzarsi. Sotto di me si venne a formare un tunnel dai contorni indistinti. Iniziai a precipitare, senza controllo. Un albero morto si protese verso di me, i suoi rami come le braccia di un cadavere. Il mio cuore batteva sempre più forte, sempre più grande, come se fosse sul punto di scoppiare. Mi svegliai al suo battito e con il canto degli uccelli in dissolvenza. Per tutta la vita ho desiderato realizzare la prima parte di questo sogno, ma anche trovare un modo per decifrarne il finale.” 

Potter, qui sotto, mentre scala in free solo “Fly Swatter (5.12°) su Elephant Rock, Yosemite National Park, California. [Photo] Bryan Kay 

Egli sperava che, confrontando le sue paure come scalatore in solitaria, come BASE jumper, come funambulo sulle highlines o alpinita FreeBASE (cioè arrampicando in libera, senza corda, con un paracadute sulle spalle), avrebbe trovato il modo di ingannare il suo incubo, di trasformare il terrore di cadere nel sogno di volare, di trovare una qualche soluzione nascosta per tramutare l’impossibile in realtà, di andare oltre i limiti della fisica e tuttavia tornare salvo a casa. Usava la parola ”aerialismo” per descrivere le arti dell’aria, e sperava che le sue creazioni effimere – quelle danze sopra l’abisso – potessero risvegliare nella gente la meraviglia infinita del mondo selvaggio. 

Durante quei giorni in cui ero senza lavoro, egli si preoccupò così tanto che io stessi bene, che arrivai a pensare a lui come ad un fratello maggiore; ma era un alpinista famoso ed io ero troppo timida per dirglielo. Mi ricordo di aver pensato “Non voglio dover mai scrivere il tuo elogio funebre”. Non l’ho mai ringraziato abbastanza, forse non c’era nemmeno modo di farlo. Mi sono appena resa conto che questo potrebbe essere il mio ultimo gesto di amicizia, per portare alcuni frammenti a testimonianza delle molte e differenti visioni di una vita umana, una mente, un’anima.  

C’è una certa tendenza, quando alcuni alpinisti leggendari muoiono, a trasformarli in icone, come se le loro imprese raccogliessero l’essenza di ciò che erano. Ma c’era anche l’uomo che poteva stare seduto per ore nei giorni di primavera a Yosemite, interrogandosi sulla vita difficile delle “ranocchie che scrutano e gracidano da sotto la superficie della neve” o che si meravigliava alla semplice magia di sciare alla luce della luna piena. 

C’era il pensatore che setacciava vecchi libri ed archivi cercando esempi di uomini e donne come lui, funamboli d’altri tempi e acrobati sulla corda che cercavano di percorrere la linea “fra il materiale e lo spirituale”. 

E c’era lo scrittore che poteva catturare l’intensità dell’esistenza in minuscoli momenti elettrici – trasformando l’esperienza di camminare senza assicurazione su una fune tesa fra le cime o di scalare senza corda le pareti grigio-blu dell’Eiger, in haiku pungenti e luminosi, fondendo la sua consapevolezza con tutto ciò che lo circondava: l’aria luminosa, la pieta levigata, la curva di un’ala o la goccia di pioggia. 

All’inizio di questo mese ho avuto modo di ascoltare l’intervento di una arrampicatrice e poetessa britannica, Helen Mort: parlava di quanto scalare fosse simile alla poesia – entrambe le ricerche sembravano riassumersi in singoli momenti luminosi, separati dal regolare corso dell’esistenza e difficili da descrivere. 

Il 17 maggio, durante il giorno, prima di sapere che Dean se ne era andato la sera prima, mi trovavo a Huntington’s Ravine sul monte Washington con un amico. Abbiamo scalato in libera senza corda il facile arco a blocchi del Henderson Ridge, e percepivo quella sensazione di pezzi di esperienza messi insieme come poesia – il granito ruvido sotto la mano, uno spigolo sotto il piede, il rombo cupo del ghiacciaio in lontananza, la luce che compariva a sprazzi sui prati alpini e sulle chiazze di neve. Mi piace pensare ora che in qualche modo, senza saperlo, gli stavamo rendendo onore. 

Ha vissuto la sua vita come se fosse un poema. 

“Voglio essere parte di ciò che rende questo mondo più pieno di anima” mi scrisse nell’ottobre del 2008. 

Voglio dirgli che lo era.