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My Saltine

A series of random thoughts about life, friendship, fear and commitment.

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Pubblicato il 26 Aprile 201917 Aprile 2020

Steve House – in memoria di Hansjoerg, David, Jess – 20/04/2019

Questa montagna, l’Howse Peak, è tra le cime più possenti che abbia mai conosciuto. Ha stravolto molte vite questa settimana e in modo tragico.

Ho perso tre amici, tre fratelli.  E questa è la conseguenza meno importante di quanto è successo. Conoscevo tutti e tre, ma conoscevo meglio di tutti Hansjoerg Auer. Era un amico e un Dio per me. Personalmente, in questo momento, sono in particolar modo sconvolto dal ruolo svolto in questa vicenda dalla via M16, che io stesso ho aperto.

Una scalata che mi ha impegnato per più di cinque giorni, più di venti anni fa e il cui ricordo è ancora vivido. Quella salita ha portato Scott Backes, Barry Blanchard e me ai limiti delle nostre possibilità, delle nostre forze, delle nostre capacità di giudizio e della nostra buona sorte. Ha messo a dura prova la nostra stessa forza vitale e abbiamo quasi perso la battaglia. Ho scalato uno dei tiri più difficili e pericolosi della mia vita. Barry è stato quasi ucciso da una slavina. Scott ci ha tenuti insieme come una squadra, perché il gruppo è più forte delle sue parti, in quell’occasione e in tutte le altre. E ora quella forza che abbiamo a quel tempo conosciuto ha ucciso.

Vorrei avere parole per aiutare coloro che sono in lutto a capire cos’è questa montagna. Ciò che significa salire sulla ripida parete est del Howse Peak. È semplicemente questo: il luogo dove vengono realmente messi alla prova gli uomini più forti nei loro giorni migliori. Un’arena per quegli uomini rari e fortissimi, precisi, di grande esperienza che non si sentono sfidati da niente di meno che non sia la lotta fino alla morte con una delle più poderose forze della terra. Questi uomini erano guerrieri, cavalieri, uccisori di draghi che cercavano una fugace e immacolata perfezione attraverso il pericoloso sentiero dell’alpinismo, l’espressione fisica creativa della forza che si mette alla prova sul terreno più elevato, più inospitale e più disumano della terra.

Ad essere onesti ho un po’ paura ad esprimermi così in questo momento, nel 2019. Sembra un po’ fuori luogo rispetto a quello che è la nostra società oggi. Ma dannazione, questa è la verità. Erano grandi uomini.  Il vero 0,1% del meglio. Questo è qualcosa che ognuno di loro ha dimostrato con le proprie azioni più e più volte. Questi uomini erano immensi. Non erano uomini, ma divinità che vivevano in mezzo a noi. E ora sono tornati con il loro Dio. E noi valiamo meno senza di loro. La perdita è incommensurabile.

È con il più profondo rispetto, con il più grande amore e con le lacrime che scorrono che io, che noi, cerchiamo di riadattarci alla vita tra i comuni mortali, una vita ora più povera, e iniziamo a dire loro addio.

Pubblicato il 11 Febbraio 201825 Febbraio 2018

Risk and Human Nature – 11th February 2018

The question that is constantly being asked to anyone, at any level, who cultivates the passion for a so-called extreme activity is: “Why do you do it?”.
The same question was asked several times during the recent events related to the second winter ascent of Nanga Parbat, along the Messner-Eisendle route, which saw the death of Tomek Mackiewicz and the hero-like rescue of Elisabeth Revol, after they had reached the summit.
The question: “Is it worth to die for an 8000er?” makes no sense in itself, much less for those who practice any form of mountaineering.

Where is it written that it makes more sense to die in a car accident while going shopping? On the contrary, I would say that it makes a lot less sense. An accident can always happen, in any kind of activity, whether it is leisure or work, and there is not a more or less sensible death, a more or less justifiable one. It just happens.

From my point of view Tomek died making one of the things he loved most. It was the seventh time he returned to Nanga, it is clear that for him it was extremely important. I do not see how it can be useful for anyone trying to make a scale of values on the most sensible or the least sensible deaths.
On the Nanga Parbat the two mountaineers were carrying out what was a great passion for them, they knew the environment, they knew it was not a walk in the park and climbing was what they did in their lives. So it is normal, even likely, that an accident (if it must happen) happens during a climb.
Making the right proportions, each of us while trying to pass the limit of our possibilities during a climb or while rappelling down from a rock spike, wonders “Why am I doing this?”. Actually, from personal experience too, I can say that the most memorable moments, those moments you will always carry with you, are the ones in which, even for a little while, you leave your comfort zone. And the comfort zone, the boundary of safety, is very shifting for each of us: for someone it can be just a path a little more daring and exposed, for others it is a passage on thin ice, for others it is talking in front of an audience, but for everyone to be able to go a bit beyond their usual limits is always a moment of self fulfillment.

This does not mean that you have to go to the mountains to measure yourself. Usually you go to the mountains simply because you love nature, the landscapes and being outdoors. Clearly, however, any comparison with the environment and with nature is always potentially more at risk than lying on the couch at home. I believe, however that it is not in the human nature to simply lie on the couch at home, rather it is in the human nature “to search for virtue and knowledge”, always looking for something more and something different to what you already know.

The spirit of exploration in the broadest sense is the essence of human nature. The spirit of the search for the unknown is what has driven human kind from the Stone Age to the Big Data age. Speaking of disdain for life when it comes to mountaineers, explorers, sportsmen, researchers, entrepreneurs, dreamers or anyone who in their lives constantly try to improve themselves and go out and discover new things is simply bogus compared to the reality of things.

Exploration is the essence of human nature and the essence of life itself. We should just thank Tomek and wish him a good rest.

Pubblicato il 11 Febbraio 201828 Febbraio 2018

Il rischio e la natura umana – 11 febbraio 2018

Chiunque, a qualsiasi livello, coltivi la passione per un’attività ritenuta estrema, se lo sarà sentito chiedere almeno una volta: “Perché lo fai?”.
La stessa domanda si è stata riproposta più volte dopo la seconda salita invernale del Nanga Parbat, lungo la via Messner-Eisendle, che ha portato alla morte di Tomek Mackiewicz e al salvataggio in extremis di Elisabeth Revol durante la discesa, dopo il raggiungimento della cima..
L’interrogativo “Vale la pena perdere la vita per un 8000?” di per sé non ha significato, tanto meno per chi pratica l’alpinismo d’alta quota.
Dove sta scritto, per esempio, che ha più senso morire in un incidente stradale, mentre si va a fare la spesa o si va al lavoro?
Un incidente può succedere sempre, in qualsiasi tipo di attività, che sia ludica o che sia lavorativa, e non c’è una morte più o meno sensata, più o meno giustificabile. Succede e basta.
Dal mio punto di vista Tomek è morto facendo sicuramente una delle cose che amava di più. Era la settima volta che tornava sul Nanga. Evidentemente per lui quella salita era estremamente importante e non vedo come possa essere utile (e tantomeno lecito) tentare di dare una scala di valori alle morti per valutare se abbiano più o meno senso.
Sul Nanga Parbat i due alpinisti stavano portando avanti quella che per loro era una grande passione. Conoscevano l’ambiente, sapevano che non era una passeggiata, erano consapevoli del pericolo.
In fondo, scalare era la principale attività nella loro vita, quindi era probabile che un eventuale incidente, ammesso dovesse succedere, succedesse proprio durante una scalata.
Facendo le dovute proporzioni, ognuno di noi, nel momento in cui tenta un passaggio al limite delle proprie possibilità in montagna, oppure fa una calata su uno spuntone di roccia, si chiede “Chi me l’ha fatto fare?”.
In realtà, per esperienza personale, posso dire che i momenti più memorabili e quelli che ti porterai sempre dentro sono proprio quelli in cui, anche per poco, esci dalla tua zona di tranquillità. E la zona di tranquillità, il confine della sicurezza, è diversa per ognuno di noi: per qualcuno può essere solo un sentiero un po’ più ardito e un po’ esposto, per altri è un passaggio sul ghiaccio sottile, per altri ancora è parlare davanti ad una platea; ma per tutti riuscire ad andare un po’ oltre quelli che sono i propri limiti è sempre motivo di soddisfazione.
Questo non vuol dire che chiunque frequenti la montagna lo faccia per misurarsi con se stesso: di solito lo si fa semplicemente perché si ama la natura, i panorami e lo stare all’aria aperta. Tuttavia qualsiasi confronto con la natura è sempre potenzialmente più a rischio di quanto lo sia stare sul divano di casa propria. Ma stare stare seduti sul divano di casa propria difficilmente rispecchia e rispetta la natura umana, che credo sia fatta piuttosto per “seguir virtute e canoscenza”, quindi esplorare, ricercare sempre qualcosa di più e qualcosa di diverso rispetto a quello che già si conosce.
Lo spirito di ricerca in senso lato è l’essenza dell’Uomo, la voglia di far luce sull’ignoto è quello che ci ha spinti dall’età della pietra verso l’era tecnologica. Parlare di disprezzo della vita quando si parla di alpinisti, esploratori, sportivi, scienziati, imprenditori, sognatori, inventori o chiunque nella propria vita cerchi costantemente di migliorare se stesso e di andare a scoprire cose nuove è semplicemente falso rispetto alla realtà delle cose. L’esplorazione è l’essenza della natura umana e l’essenza della vita stessa.
Dovremmo ringraziare Tomek per avercelo ricordato e augurargli semplicemente un buon riposo.

Pubblicato il 7 Febbraio 201825 Febbraio 2018

La parete nord del Petit Dru – 17 giugno 2015

La parete nord del Petit Dru
di Sylvain Jouty
pubblicato su Alpinist.com il 17 giugno 2015

Durante gli anni Ottanta, nel periodo in cui ero capo redattore della rivista francese Alpinisme et Randonnee, avevo l’abitudine di passare, ogni anno, alcuni giorni a Grenoble in occasione di una fiera internazionale. I miei incontri d’affari erano frenetici e li interrompevo di tanto in tanto per visitare alcuni amici. Queste visite mi permettevano di dimenticare per un’ora o due quello che la fiera significava e cioè che la montagna era diventata un affare e che noi – giornalisti, guide e consulenti tecnici – eravamo parte integrante di questo business.
L’incontro che mi fece più piacere, in una di quelle occasioni, fu quello con un sorridente signore di una certa età, un tipo dalla voce gentile e dallo sguardo malizioso. Vestito come un pensionato qualsiasi, sembrava fuori posto fra la folla fluorescente dei giovani atleti. Si trattava del leggendario Pierre Allain, che aveva allora circa 80 anni, e che si trovava in fiera per presentare i moschettoni che egli ancora realizzava personalmente con le macchine utensili che egli stesso aveva progettato.
Vedendo questa figura modesta, sempre pronta allo scherzo (ma sempre senza cattiveria), circondata dalla comunità di arrampicatori che egli aveva visto crescere e cambiare per più di mezzo secolo, chi avrebbe mai pensato che si trattasse di uno dei più grandi alpinisti degli anni Trenta, uno degli inventori dei moschettoni di nuova concezione, di strumenti per la calata, di scarpe per arrampicata? Oppure che si trattasse addirittura del primo scalatore della parete nord del Petit Dru?
Dalla valle, l’austera parete nord cattura lo sguardo con il suo scintillante ghiacciaio che pare sospeso: la Nicchia. Fece grande scalpore l’arrivo in vetta nel 1935 di Pierre Allain e Raymond Leininger, due parigini del “Gruppo di Bleau”. Il loro stile di arrampicata era stato plasmato dai massi di Fontainebleau e all’epoca ben pochi ritenevano che quei minuscoli massi potessero costituire una valida scuola per le ardite salite alpine.
Il grande Armand Charlet giudicava i sassi di Fontainebleau buoni solo per “lucidare le padelle” e i Bleausards non rientravano di certo nell’élite dell’alpinismo dell’epoca. Gli alpinisti di Parigi erano di solito dei borghesi. Allain era un tornitore, un artigiano, e non si faceva inibire dalle convenzioni dell’alpinismo tradizionale.
Al tempo la parete nord era considerata uno degli ultimi grandi problemi del massiccio del Monte Bianco. Alcuni giorni prima del successo di Allain e Leininger, la grande guida svizzera Raymond Lambert aveva subito una dolorosa sconfitta sulla stessa parete. Aveva fatto l’errore di formare una cordata di quattro persone che era risultata troppo lenta. Nondimeno era riuscito a superare il primo passaggio chiave (la fessura Lambert), un tratto espostissimo sopra una cengia sottile. Oltre quel punto, affermò, non era il caso di proseguire.
L’anno precedente, tuttavia, alcuni alpinisti avevano di fatto, attraversato quel gelido granito, anche se nel verso opposto. Un team svizzero, Robert Geloz e André Roch si erano calati dall’alto lungo la parete usando 200 metri di corda e un paio di pantaloni di riserva. Allain non aveva ancora inventato il suo meccanismo per la calata e gli alpinisti scendevano ancora passandosi la corda sotto il sedere – secondo il vecchio metodo “Dulfersitz”. Quello degli svizzeri fu un’azione molto coraggiosa: avrebbero potuto trovarsi bloccati a metà della calata, senza alcuna possibilità di soccorso. Ed in effetti la loro avventura fu ricca di eventi: una corda tagliata, un’altra incastrata, un bivacco nella tempesta, una grandinata e una pioggia di pietre. Tuttavia arrivarono alla conclusione che quella ascesa fosse possibile.
Allain credette a questa conclusione. Aveva organizzato meticolosamente il suo equipaggiamento, preparato materassini gonfiabili, piumini, sacchi da bivacco impermeabili, ma aveva ridotto al minimo l’attrezzatura da arrampicata: sessanta metri di corda da 7 mm – “Una sicurezza adeguata!” scrisse nella sua autobiografia Alpinismo e Competizione – cinque chiodi, sei moschettoni, niente ramponi, una sola piccozza ed un paio di espadrilles con la suola in corda.
Dopo un primo bivacco in parete, Allain e Leininger giunsero al punto in cui Lambert si era fermato. Allain vide una doppia fessura sopra di sé, lunga circa quaranta metri, con uno strapiombo nel tratto finale. Progredì con le braccia nelle fessure ed i piedi puntati in opposizione sulle placche, senza poter piantare un chiodo per più di dieci metri. Alpinisti leggendari che scalarono dopo di lui quel tratto – incluso Lambert che fu il primo a ripetere la salita con Loulou Boulaz nel 1936 – confermarono che si trattava di una difficoltà senza pari per il periodo in tutto il massiccio del Monte Bianco.
Allain in seguito mi confessò che aveva una predilezione per le fessure, cosa assai anomala per i Bleausards. A Fontainebleau le fessure sono rare e lui aveva comunque l’abitudine di andarle a cercare. Una delle più note è la Fissure des Alpinistes in un angolo sperduto della foresta, gradata oggi 5c. Sfortunatamente la Fessura Allain sul Dru non è più molto frequentata. Nel 1945 infatti l’alpinista francese Felix Martinetti trovò un passaggio molto più facile un po’ più a destra. Questo è da allora il passaggio normalmente utilizzato sulla via Allain-Leininger.
Per raggiungere la vetta del Petit Dru, Allain salì un camino ghiacciato senza ramponi. Superarono la seconda notte all’addiaccio durante la discesa. Per tutta la notte la neve continuò a scendere vorticosamente nell’oscurità, tuttavia i loro sacchi da bivacco funzionarono meravigliosamente.
Durante la salita Allain aveva osservato la terrificante verticalità della parete ovest. “Il prototipo stesso dell’impossibile”, l’aveva chiamato. “L’alpinismo, in una parete così, perde i suoi diritti”. In seguito nel 1947 Allain concepì le P.A., delle scarpe da alpinismo con una suola lisca e molto flessibile, che (rinominate “EBs”) avrebbe fatto parte dell’equipaggiamento da arrampicata di molte generazioni di alpinisti in tutto il mondo. Ma all’epoca, nel 1935, Allain non poteva prevedere che la parete ovest sarebbe stata alla fine attraversata da diverse vie e perfino scalata in libera senza corda. Ma senza le scarpe e altri strumenti da lui introdotti – per non parlare delle tecniche di arrampicata da lui sviluppate a Fontainebleau – nessuno di questi risultati sarebbe stato possibile.
Pierre Allain non andò in pensione fino al compimento dei novant’anni. Dato che non si era mai preoccupato di registrare i brevetti, alcuni dei suoi meccanismi furono copiati e riprodotti ed egli non fece mai fortuna. All’età di ottant’anni, ancora in forma, scalò la contorta via Boell sulla Aguille Dibona, con suo figlio. Nonostante il successo riscontrato dalla sue scarpe, egli non fece mai parte dell’industria legata all’alpinismo. Non era un uomo d’affari era solo un uomo libero.

Pierre Allain (1904-2000)
Raymond Leininger (1911-2003)

Pubblicato il 7 Febbraio 201817 Aprile 2020

Protetto: La verità sospesa – 26 aprile 2015

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Pubblicato il 7 Febbraio 201825 Febbraio 2018

A spasso per cenge – 16 agosto 2014

“L’alpinista deve vivere non morire sui monti”. Stavo pensando a queste famose parole di Julius Kugy, mentre salivo, insieme ai miei compagni, verso l’attacco del sentiero attrezzato Anita Goitan.

“E dunque perché mai sto facendo un free solo?” Chiedo a me stessa prima e ad uno dei miei compagni poi. “Non dovrebbero esserci delle attrezzature lungo questo sentiero attrezzato?!?”
“Certo. Ci sono, dove sono necessarie.”
Mi mordo nemmeno troppo metaforicamente la lingua pensando che questa frase l’ho sentita dire più volte ormai. E’ chiaro che il concetto di “necessità” per un alpinista è diverso dal mio, ma decido di soprassedere e continuo ad arrampicare, o meglio ad arrabattarmi, sui famosi “divertenti canalini e facili roccette” citati dalle relazioni.
Un avvicinamento effettivamente interessante, anche divertente, ma non brevissimo, che mi lascia il tempo di fare scorrere un po’ i pensieri e cercare nei cassetti della memoria quanto letto sulle Alpi Giulie ed in particolare sulla Cengia degli Dei.
Il tratto che stiamo per percorrere di certo non è il più “eroico” della lunga Cengia, individuata dallo stesso Kugy, che corre lungo le pareti del gruppo del Jof Fuart, pure non potevo non sentire l’emozione di ricalcare almeno in parte le orme di Comici e Cesca. Nel 1930 i due scalatori triestini percorsero la Cengia nella sua interezza, partendo dalla Gola Nord-Est del Jof Fuart e tornandovi, dopo aver superato le significative difficoltà alpinistiche del versante nord ed aver percorso le più agevoli cenge del versante sud.
Finalmente giungiamo all’attacco vero e proprio della via Anita Goitan, alla forcella di Riofreddo. Uno sguardo al Canin, ancora ben innevato, e una rapida occhiata alla profonda Carnizza di Riofreddo, al di là della forcella. Le vecchie attrezzature che si scorgono dalla forcella e scendono alla Carnizza sono chiaramente danneggiate ed inutilizzabili e questo sottolinea ancora di più, se possibile, il senso di brullo isolamento che questo luogo infonde. Il grigiore delle nuvole in cielo dà un contributo cinereo all’ambiente, uniformando anche il colore delle rocce.
Indossiamo quindi gli imbrachi e ripartiamo. Le attrezzature si fanno però ancora attendere e quando vedo il cavo d’acciaio ed i pioli provo uno strano senso di sollievo, anche se ovviamente la loro presenza serve per traversare su un passaggio esposto su un baratro. Scuoto la testa pensando che sarebbe stato meglio evitare le attrezzature ed anche i baratri che le accompagnano. Ma ormai siamo qui e tocca proseguire. E poi, come mi ricorda uno dei compagni: “Non esistono imprese impossibili, solo atleti arrendevoli”.
Di fronte a questa affermazione non mi resta che sentirmi punta nell’orgoglio e proseguire. D’altronde, penso, Comici e Cesca hanno percorso gran parte della Cengia senza legarsi in cordata ed hanno riferito che i punti in cui la Cengia si interrompe fra la cima di Riofreddo e l’Innominata sono occasione di “divertentissime traversate”. Continuo a pensare a quanto siano diversi a volte i punti di vista, ma tant’è. Si prosegue.
Giungiamo così alla forcella dell’Innominata e scegliamo di proseguire lungo il versante sud. Sul versante nord, senz’altro più spettacolare, c’è ancora neve ed è molto meno protetto. Per oggi la mia missione mi sembra già abbastanza impossibile, la variante nord la tralascio volentieri.
Scendiamo abbastanza decisamente per dei colatoi attrezzati per poi risalire lungo le pareti delle Madri dei Camosci. Da qui in poi la Cengia diventa ampia, a tratti erbosa, e un timido camoscio risale le pendici del suo monte, lasciando libero il sentiero per permetterci il passaggio. Ci voltiamo indietro in tempo per vederlo poi brucare l’erba di nuovo sulla Cengia.
Aggiriamo ancora un paio di spigoli ed eccoci nell’ampia gola che porta al Jof Fuart. Visto il tempo incerto e l’ora ormai tarda, decidiamo di scendere verso il rifugio Corsi, accompagnati da un freddo insolitamente intenso per la metà di agosto. Più tardi, al momento di lasciare il rifugio, alzo di nuovo lo sguardo verso quelle selvagge pareti e sorrido.

“Ho letto una volta che gli antichi Germani usavano aprire varchi larghi lungo le creste selvose, dedicati agli dei, perché questi vi potessero passare fulminei, senza impedimenti. A quelle strade degli dei penso sempre quando sono sulle cenge.” J. Kugy

Pubblicato il 3 Febbraio 201817 Aprile 2020

Il poeta della luce e dell’aria: Dean Potter  – 18 maggio 2015

Il poeta della luce e dell’aria: Dean Potter 

Articolo di Katie Ives su alpinist.com del 18 maggio 2015 

Sabato 16 maggio, Dean Potter e Graham Hunt sono morti in un incidente durante un volo con la tuta alare nel parco di Yosemite. Avevo appena riacceso il telefono dopo una giornata passata ad arrampicare quando ho ricevuto il messaggio. Durante il rientro in auto dal New Hampshire, ho osservato il sole della sera che trasfigurava le montagne con i colori dei fiori di primavera, rosa pallido e oro, e pensavo a quando Dean amasse il “paese del nord” dove aveva passato l’infanzia. 

C’è una particolare intensità nel mese di maggio nel nord del New England, un’intensità che deve essere vista e percepita per essere compresa. Uno scintillio di verde gocciola attraverso il paesaggio. Piccoli boccioli appaiono sugli aceri e sui meli, trasformando i pendii delle colline in sprazzi di luce multicolore. I ruscelli si gonfiano per lo sciogliersi della neve, scrosciando verso valle dalle cime. Una sensazione di vaga promessa si diffonde nell’aria – la sensazione di qualcosa di più grande, di più luminoso, di più vivo, giusto al limite dell’immaginazione. E’ un ambiente surreale per pensare alla morte. Eppure, da ieri, tutto mi fa pensare a Dean: le stelle della scorsa notte sopra I campi coltivati mentre raggiungevo il mio appartamento in Vermont così come il sole di questa mattina che infiamma i narcisi. 

Dean ed io abbiamo lavorato insieme per anni su vari progetti, per Alpinist e per altre testate. Come redattore, riesci a cogliere un barlume di quello che è l’animo più profondo dei tuoi scrittori, quei frammenti di sogni e speranze e paure risvegliati dal processo creativo. Nell’ottobre del 2008, quando i vecchi proprietari di Alpinist andarono in bancarotta, mi chiamò immediatamente, anche se lo conoscevo appena. Mi disse che sapeva cosa volesse dire perdere tutto e voleva essere di aiuto. Per un mese, quell’autunno, mi ingaggiò come redattore freelance ed assistente alle ricerche per un progetto su cui stava lavorando. Mi scriveva e mi chiamava regolarmente, non solo per parlare del progetto, ma anche per sapere come stessi reagendo alla situazione, per dirmi che egli era convinto che i momenti più oscuri della vita potevano portare ad una grande creatività, che quei momenti in cui guardiamo in faccia il vuoto sono quelli in cui nuove idee ed immagini ci inondano la mente, come la spinta aerostatica sostiene un uccello in volo e ne impedisce la caduta. 

 

Mi raccontò di un sogno ricorrente che aveva avuto fin da bambino. In seguito, quando si rivolse ai nuovi proprietari di Alpinist per sollecitare la mia riassunzione, scrisse del suo sogno per il numero 27. 

“…il canto di un uccello filtrava attraverso il mio sonno. Sognavo piume che mi spuntavano sulle braccia, campi che rotolavano lontani sotto di me in onde di verde striato dal grigio delle nubi, distorcendosi in terre deserte e arse fatte di dune di sabbia chiara e tempeste di polvere…. Il cielo sembrò spezzarsi. Sotto di me si venne a formare un tunnel dai contorni indistinti. Iniziai a precipitare, senza controllo. Un albero morto si protese verso di me, i suoi rami come le braccia di un cadavere. Il mio cuore batteva sempre più forte, sempre più grande, come se fosse sul punto di scoppiare. Mi svegliai al suo battito e con il canto degli uccelli in dissolvenza. Per tutta la vita ho desiderato realizzare la prima parte di questo sogno, ma anche trovare un modo per decifrarne il finale.” 

Potter, qui sotto, mentre scala in free solo “Fly Swatter” (5.12°) su Elephant Rock, Yosemite National Park, California. [Photo] Bryan Kay 

Egli sperava che, confrontando le sue paure come scalatore in solitaria, come BASE jumper, come funambulo sulle highlines o alpinita FreeBASE (cioè arrampicando in libera, senza corda, con un paracadute sulle spalle), avrebbe trovato il modo di ingannare il suo incubo, di trasformare il terrore di cadere nel sogno di volare, di trovare una qualche soluzione nascosta per tramutare l’impossibile in realtà, di andare oltre i limiti della fisica e tuttavia tornare salvo a casa. Usava la parola ”aerialismo” per descrivere le arti dell’aria, e sperava che le sue creazioni effimere – quelle danze sopra l’abisso – potessero risvegliare nella gente la meraviglia infinita del mondo selvaggio. 

Durante quei giorni in cui ero senza lavoro, egli si preoccupò così tanto che io stessi bene, che arrivai a pensare a lui come ad un fratello maggiore; ma era un alpinista famoso ed io ero troppo timida per dirglielo. Mi ricordo di aver pensato “Non voglio dover mai scrivere il tuo elogio funebre”. Non l’ho mai ringraziato abbastanza, forse non c’era nemmeno modo di farlo. Mi sono appena resa conto che questo potrebbe essere il mio ultimo gesto di amicizia, per portare alcuni frammenti a testimonianza delle molte e differenti visioni di una vita umana, una mente, un’anima.  

C’è una certa tendenza, quando alcuni alpinisti leggendari muoiono, a trasformarli in icone, come se le loro imprese raccogliessero l’essenza di ciò che erano. Ma c’era anche l’uomo che poteva stare seduto per ore nei giorni di primavera a Yosemite, interrogandosi sulla vita difficile delle “ranocchie che scrutano e gracidano da sotto la superficie della neve” o che si meravigliava alla semplice magia di sciare alla luce della luna piena. 

C’era il pensatore che setacciava vecchi libri ed archivi cercando esempi di uomini e donne come lui, funamboli d’altri tempi e acrobati sulla corda che cercavano di percorrere la linea “fra il materiale e lo spirituale”. 

E c’era lo scrittore che poteva catturare l’intensità dell’esistenza in minuscoli momenti elettrici – trasformando l’esperienza di camminare senza assicurazione su una fune tesa fra le cime o di scalare senza corda le pareti grigio-blu dell’Eiger, in haiku pungenti e luminosi, fondendo la sua consapevolezza con tutto ciò che lo circondava: l’aria luminosa, la pieta levigata, la curva di un’ala o la goccia di pioggia. 

All’inizio di questo mese ho avuto modo di ascoltare l’intervento di una arrampicatrice e poetessa britannica, Helen Mort: parlava di quanto scalare fosse simile alla poesia – entrambe le ricerche sembravano riassumersi in singoli momenti luminosi, separati dal regolare corso dell’esistenza e difficili da descrivere. 

Il 17 maggio, durante il giorno, prima di sapere che Dean se ne era andato la sera prima, mi trovavo a Huntington’s Ravine sul monte Washington con un amico. Abbiamo scalato in libera senza corda il facile arco a blocchi del Henderson Ridge, e percepivo quella sensazione di pezzi di esperienza messi insieme come poesia – il granito ruvido sotto la mano, uno spigolo sotto il piede, il rombo cupo del ghiacciaio in lontananza, la luce che compariva a sprazzi sui prati alpini e sulle chiazze di neve. Mi piace pensare ora che in qualche modo, senza saperlo, gli stavamo rendendo onore. 

Ha vissuto la sua vita come se fosse un poema. 

“Voglio essere parte di ciò che rende questo mondo più pieno di anima” mi scrisse nell’ottobre del 2008. 

Voglio dirgli che lo era.  

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