A spasso per cenge – 16 agosto 2014

“L’alpinista deve vivere non morire sui monti”. Stavo pensando a queste famose parole di Julius Kugy, mentre salivo, insieme ai miei compagni, verso l’attacco del sentiero attrezzato Anita Goitan.

“E dunque perché mai sto facendo un free solo?” Chiedo a me stessa prima e ad uno dei miei compagni poi. “Non dovrebbero esserci delle attrezzature lungo questo sentiero attrezzato?!?”
“Certo. Ci sono, dove sono necessarie.”
Mi mordo nemmeno troppo metaforicamente la lingua pensando che questa frase l’ho sentita dire più volte ormai. E’ chiaro che il concetto di “necessità” per un alpinista è diverso dal mio, ma decido di soprassedere e continuo ad arrampicare, o meglio ad arrabattarmi, sui famosi “divertenti canalini e facili roccette” citati dalle relazioni.
Un avvicinamento effettivamente interessante, anche divertente, ma non brevissimo, che mi lascia il tempo di fare scorrere un po’ i pensieri e cercare nei cassetti della memoria quanto letto sulle Alpi Giulie ed in particolare sulla Cengia degli Dei.
Il tratto che stiamo per percorrere di certo non è il più “eroico” della lunga Cengia, individuata dallo stesso Kugy, che corre lungo le pareti del gruppo del Jof Fuart, pure non potevo non sentire l’emozione di ricalcare almeno in parte le orme di Comici e Cesca. Nel 1930 i due scalatori triestini percorsero la Cengia nella sua interezza, partendo dalla Gola Nord-Est del Jof Fuart e tornandovi, dopo aver superato le significative difficoltà alpinistiche del versante nord ed aver percorso le più agevoli cenge del versante sud.
Finalmente giungiamo all’attacco vero e proprio della via Anita Goitan, alla forcella di Riofreddo. Uno sguardo al Canin, ancora ben innevato, e una rapida occhiata alla profonda Carnizza di Riofreddo, al di là della forcella. Le vecchie attrezzature che si scorgono dalla forcella e scendono alla Carnizza sono chiaramente danneggiate ed inutilizzabili e questo sottolinea ancora di più, se possibile, il senso di brullo isolamento che questo luogo infonde. Il grigiore delle nuvole in cielo dà un contributo cinereo all’ambiente, uniformando anche il colore delle rocce.
Indossiamo quindi gli imbrachi e ripartiamo. Le attrezzature si fanno però ancora attendere e quando vedo il cavo d’acciaio ed i pioli provo uno strano senso di sollievo, anche se ovviamente la loro presenza serve per traversare su un passaggio esposto su un baratro. Scuoto la testa pensando che sarebbe stato meglio evitare le attrezzature ed anche i baratri che le accompagnano. Ma ormai siamo qui e tocca proseguire. E poi, come mi ricorda uno dei compagni: “Non esistono imprese impossibili, solo atleti arrendevoli”.
Di fronte a questa affermazione non mi resta che sentirmi punta nell’orgoglio e proseguire. D’altronde, penso, Comici e Cesca hanno percorso gran parte della Cengia senza legarsi in cordata ed hanno riferito che i punti in cui la Cengia si interrompe fra la cima di Riofreddo e l’Innominata sono occasione di “divertentissime traversate”. Continuo a pensare a quanto siano diversi a volte i punti di vista, ma tant’è. Si prosegue.
Giungiamo così alla forcella dell’Innominata e scegliamo di proseguire lungo il versante sud. Sul versante nord, senz’altro più spettacolare, c’è ancora neve ed è molto meno protetto. Per oggi la mia missione mi sembra già abbastanza impossibile, la variante nord la tralascio volentieri.
Scendiamo abbastanza decisamente per dei colatoi attrezzati per poi risalire lungo le pareti delle Madri dei Camosci. Da qui in poi la Cengia diventa ampia, a tratti erbosa, e un timido camoscio risale le pendici del suo monte, lasciando libero il sentiero per permetterci il passaggio. Ci voltiamo indietro in tempo per vederlo poi brucare l’erba di nuovo sulla Cengia.
Aggiriamo ancora un paio di spigoli ed eccoci nell’ampia gola che porta al Jof Fuart. Visto il tempo incerto e l’ora ormai tarda, decidiamo di scendere verso il rifugio Corsi, accompagnati da un freddo insolitamente intenso per la metà di agosto. Più tardi, al momento di lasciare il rifugio, alzo di nuovo lo sguardo verso quelle selvagge pareti e sorrido.

“Ho letto una volta che gli antichi Germani usavano aprire varchi larghi lungo le creste selvose, dedicati agli dei, perché questi vi potessero passare fulminei, senza impedimenti. A quelle strade degli dei penso sempre quando sono sulle cenge.” J. Kugy