Il rischio e la natura umana – 11 febbraio 2018

Chiunque, a qualsiasi livello, coltivi la passione per un’attività ritenuta estrema, se lo sarà sentito chiedere almeno una volta: “Perché lo fai?”.
La stessa domanda si è stata riproposta più volte dopo la seconda salita invernale del Nanga Parbat, lungo la via Messner-Eisendle, che ha portato alla morte di Tomek Mackiewicz e al salvataggio in extremis di Elisabeth Revol durante la discesa, dopo il raggiungimento della cima..
L’interrogativo “Vale la pena perdere la vita per un 8000?” di per sé non ha significato, tanto meno per chi pratica l’alpinismo d’alta quota.
Dove sta scritto, per esempio, che ha più senso morire in un incidente stradale, mentre si va a fare la spesa o si va al lavoro?
Un incidente può succedere sempre, in qualsiasi tipo di attività, che sia ludica o che sia lavorativa, e non c’è una morte più o meno sensata, più o meno giustificabile. Succede e basta.
Dal mio punto di vista Tomek è morto facendo sicuramente una delle cose che amava di più. Era la settima volta che tornava sul Nanga. Evidentemente per lui quella salita era estremamente importante e non vedo come possa essere utile (e tantomeno lecito) tentare di dare una scala di valori alle morti per valutare se abbiano più o meno senso.
Sul Nanga Parbat i due alpinisti stavano portando avanti quella che per loro era una grande passione. Conoscevano l’ambiente, sapevano che non era una passeggiata, erano consapevoli del pericolo.
In fondo, scalare era la principale attività nella loro vita, quindi era probabile che un eventuale incidente, ammesso dovesse succedere, succedesse proprio durante una scalata.
Facendo le dovute proporzioni, ognuno di noi, nel momento in cui tenta un passaggio al limite delle proprie possibilità in montagna, oppure fa una calata su uno spuntone di roccia, si chiede “Chi me l’ha fatto fare?”.
In realtà, per esperienza personale, posso dire che i momenti più memorabili e quelli che ti porterai sempre dentro sono proprio quelli in cui, anche per poco, esci dalla tua zona di tranquillità. E la zona di tranquillità, il confine della sicurezza, è diversa per ognuno di noi: per qualcuno può essere solo un sentiero un po’ più ardito e un po’ esposto, per altri è un passaggio sul ghiaccio sottile, per altri ancora è parlare davanti ad una platea; ma per tutti riuscire ad andare un po’ oltre quelli che sono i propri limiti è sempre motivo di soddisfazione.
Questo non vuol dire che chiunque frequenti la montagna lo faccia per misurarsi con se stesso: di solito lo si fa semplicemente perché si ama la natura, i panorami e lo stare all’aria aperta. Tuttavia qualsiasi confronto con la natura è sempre potenzialmente più a rischio di quanto lo sia stare sul divano di casa propria. Ma stare stare seduti sul divano di casa propria difficilmente rispecchia e rispetta la natura umana, che credo sia fatta piuttosto per “seguir virtute e canoscenza”, quindi esplorare, ricercare sempre qualcosa di più e qualcosa di diverso rispetto a quello che già si conosce.
Lo spirito di ricerca in senso lato è l’essenza dell’Uomo, la voglia di far luce sull’ignoto è quello che ci ha spinti dall’età della pietra verso l’era tecnologica. Parlare di disprezzo della vita quando si parla di alpinisti, esploratori, sportivi, scienziati, imprenditori, sognatori, inventori o chiunque nella propria vita cerchi costantemente di migliorare se stesso e di andare a scoprire cose nuove è semplicemente falso rispetto alla realtà delle cose. L’esplorazione è l’essenza della natura umana e l’essenza della vita stessa.
Dovremmo ringraziare Tomek per avercelo ricordato e augurargli semplicemente un buon riposo.

Il poeta della luce e dell’aria: Dean Potter  – 18 maggio 2015

Il poeta della luce e dell’aria: Dean Potter 

Articolo di Katie Ives su alpinist.com del 18 maggio 2015 

Sabato 16 maggio, Dean Potter e Graham Hunt sono morti in un incidente durante un volo con la tuta alare nel parco di Yosemite. Avevo appena riacceso il telefono dopo una giornata passata ad arrampicare quando ho ricevuto il messaggio. Durante il rientro in auto dal New Hampshire, ho osservato il sole della sera che trasfigurava le montagne con i colori dei fiori di primavera, rosa pallido e oro, e pensavo a quando Dean amasse il “paese del nord” dove aveva passato l’infanzia. 

C’è una particolare intensità nel mese di maggio nel nord del New England, un’intensità che deve essere vista e percepita per essere compresa. Uno scintillio di verde gocciola attraverso il paesaggio. Piccoli boccioli appaiono sugli aceri e sui meli, trasformando i pendii delle colline in sprazzi di luce multicolore. I ruscelli si gonfiano per lo sciogliersi della neve, scrosciando verso valle dalle cime. Una sensazione di vaga promessa si diffonde nell’aria – la sensazione di qualcosa di più grande, di più luminoso, di più vivo, giusto al limite dell’immaginazione. E’ un ambiente surreale per pensare alla morte. Eppure, da ieri, tutto mi fa pensare a Dean: le stelle della scorsa notte sopra I campi coltivati mentre raggiungevo il mio appartamento in Vermont così come il sole di questa mattina che infiamma i narcisi. 

Dean ed io abbiamo lavorato insieme per anni su vari progetti, per Alpinist e per altre testate. Come redattore, riesci a cogliere un barlume di quello che è l’animo più profondo dei tuoi scrittori, quei frammenti di sogni e speranze e paure risvegliati dal processo creativo. Nell’ottobre del 2008, quando i vecchi proprietari di Alpinist andarono in bancarotta, mi chiamò immediatamente, anche se lo conoscevo appena. Mi disse che sapeva cosa volesse dire perdere tutto e voleva essere di aiuto. Per un mese, quell’autunno, mi ingaggiò come redattore freelance ed assistente alle ricerche per un progetto su cui stava lavorando. Mi scriveva e mi chiamava regolarmente, non solo per parlare del progetto, ma anche per sapere come stessi reagendo alla situazione, per dirmi che egli era convinto che i momenti più oscuri della vita potevano portare ad una grande creatività, che quei momenti in cui guardiamo in faccia il vuoto sono quelli in cui nuove idee ed immagini ci inondano la mente, come la spinta aerostatica sostiene un uccello in volo e ne impedisce la caduta. 

 

Mi raccontò di un sogno ricorrente che aveva avuto fin da bambino. In seguito, quando si rivolse ai nuovi proprietari di Alpinist per sollecitare la mia riassunzione, scrisse del suo sogno per il numero 27. 

“…il canto di un uccello filtrava attraverso il mio sonno. Sognavo piume che mi spuntavano sulle braccia, campi che rotolavano lontani sotto di me in onde di verde striato dal grigio delle nubi, distorcendosi in terre deserte e arse fatte di dune di sabbia chiara e tempeste di polvere…. Il cielo sembrò spezzarsi. Sotto di me si venne a formare un tunnel dai contorni indistinti. Iniziai a precipitare, senza controllo. Un albero morto si protese verso di me, i suoi rami come le braccia di un cadavere. Il mio cuore batteva sempre più forte, sempre più grande, come se fosse sul punto di scoppiare. Mi svegliai al suo battito e con il canto degli uccelli in dissolvenza. Per tutta la vita ho desiderato realizzare la prima parte di questo sogno, ma anche trovare un modo per decifrarne il finale.” 

Potter, qui sotto, mentre scala in free solo “Fly Swatter (5.12°) su Elephant Rock, Yosemite National Park, California. [Photo] Bryan Kay 

Egli sperava che, confrontando le sue paure come scalatore in solitaria, come BASE jumper, come funambulo sulle highlines o alpinita FreeBASE (cioè arrampicando in libera, senza corda, con un paracadute sulle spalle), avrebbe trovato il modo di ingannare il suo incubo, di trasformare il terrore di cadere nel sogno di volare, di trovare una qualche soluzione nascosta per tramutare l’impossibile in realtà, di andare oltre i limiti della fisica e tuttavia tornare salvo a casa. Usava la parola ”aerialismo” per descrivere le arti dell’aria, e sperava che le sue creazioni effimere – quelle danze sopra l’abisso – potessero risvegliare nella gente la meraviglia infinita del mondo selvaggio. 

Durante quei giorni in cui ero senza lavoro, egli si preoccupò così tanto che io stessi bene, che arrivai a pensare a lui come ad un fratello maggiore; ma era un alpinista famoso ed io ero troppo timida per dirglielo. Mi ricordo di aver pensato “Non voglio dover mai scrivere il tuo elogio funebre”. Non l’ho mai ringraziato abbastanza, forse non c’era nemmeno modo di farlo. Mi sono appena resa conto che questo potrebbe essere il mio ultimo gesto di amicizia, per portare alcuni frammenti a testimonianza delle molte e differenti visioni di una vita umana, una mente, un’anima.  

C’è una certa tendenza, quando alcuni alpinisti leggendari muoiono, a trasformarli in icone, come se le loro imprese raccogliessero l’essenza di ciò che erano. Ma c’era anche l’uomo che poteva stare seduto per ore nei giorni di primavera a Yosemite, interrogandosi sulla vita difficile delle “ranocchie che scrutano e gracidano da sotto la superficie della neve” o che si meravigliava alla semplice magia di sciare alla luce della luna piena. 

C’era il pensatore che setacciava vecchi libri ed archivi cercando esempi di uomini e donne come lui, funamboli d’altri tempi e acrobati sulla corda che cercavano di percorrere la linea “fra il materiale e lo spirituale”. 

E c’era lo scrittore che poteva catturare l’intensità dell’esistenza in minuscoli momenti elettrici – trasformando l’esperienza di camminare senza assicurazione su una fune tesa fra le cime o di scalare senza corda le pareti grigio-blu dell’Eiger, in haiku pungenti e luminosi, fondendo la sua consapevolezza con tutto ciò che lo circondava: l’aria luminosa, la pieta levigata, la curva di un’ala o la goccia di pioggia. 

All’inizio di questo mese ho avuto modo di ascoltare l’intervento di una arrampicatrice e poetessa britannica, Helen Mort: parlava di quanto scalare fosse simile alla poesia – entrambe le ricerche sembravano riassumersi in singoli momenti luminosi, separati dal regolare corso dell’esistenza e difficili da descrivere. 

Il 17 maggio, durante il giorno, prima di sapere che Dean se ne era andato la sera prima, mi trovavo a Huntington’s Ravine sul monte Washington con un amico. Abbiamo scalato in libera senza corda il facile arco a blocchi del Henderson Ridge, e percepivo quella sensazione di pezzi di esperienza messi insieme come poesia – il granito ruvido sotto la mano, uno spigolo sotto il piede, il rombo cupo del ghiacciaio in lontananza, la luce che compariva a sprazzi sui prati alpini e sulle chiazze di neve. Mi piace pensare ora che in qualche modo, senza saperlo, gli stavamo rendendo onore. 

Ha vissuto la sua vita come se fosse un poema. 

“Voglio essere parte di ciò che rende questo mondo più pieno di anima” mi scrisse nell’ottobre del 2008. 

Voglio dirgli che lo era.