La parete nord del Petit Dru – 17 giugno 2015

La parete nord del Petit Dru
di Sylvain Jouty
pubblicato su Alpinist.com il 17 giugno 2015

Durante gli anni Ottanta, nel periodo in cui ero capo redattore della rivista francese Alpinisme et Randonnee, avevo l’abitudine di passare, ogni anno, alcuni giorni a Grenoble in occasione di una fiera internazionale. I miei incontri d’affari erano frenetici e li interrompevo di tanto in tanto per visitare alcuni amici. Queste visite mi permettevano di dimenticare per un’ora o due quello che la fiera significava e cioè che la montagna era diventata un affare e che noi – giornalisti, guide e consulenti tecnici – eravamo parte integrante di questo business.
L’incontro che mi fece più piacere, in una di quelle occasioni, fu quello con un sorridente signore di una certa età, un tipo dalla voce gentile e dallo sguardo malizioso. Vestito come un pensionato qualsiasi, sembrava fuori posto fra la folla fluorescente dei giovani atleti. Si trattava del leggendario Pierre Allain, che aveva allora circa 80 anni, e che si trovava in fiera per presentare i moschettoni che egli ancora realizzava personalmente con le macchine utensili che egli stesso aveva progettato.
Vedendo questa figura modesta, sempre pronta allo scherzo (ma sempre senza cattiveria), circondata dalla comunità di arrampicatori che egli aveva visto crescere e cambiare per più di mezzo secolo, chi avrebbe mai pensato che si trattasse di uno dei più grandi alpinisti degli anni Trenta, uno degli inventori dei moschettoni di nuova concezione, di strumenti per la calata, di scarpe per arrampicata? Oppure che si trattasse addirittura del primo scalatore della parete nord del Petit Dru?
Dalla valle, l’austera parete nord cattura lo sguardo con il suo scintillante ghiacciaio che pare sospeso: la Nicchia. Fece grande scalpore l’arrivo in vetta nel 1935 di Pierre Allain e Raymond Leininger, due parigini del “Gruppo di Bleau”. Il loro stile di arrampicata era stato plasmato dai massi di Fontainebleau e all’epoca ben pochi ritenevano che quei minuscoli massi potessero costituire una valida scuola per le ardite salite alpine.
Il grande Armand Charlet giudicava i sassi di Fontainebleau buoni solo per “lucidare le padelle” e i Bleausards non rientravano di certo nell’élite dell’alpinismo dell’epoca. Gli alpinisti di Parigi erano di solito dei borghesi. Allain era un tornitore, un artigiano, e non si faceva inibire dalle convenzioni dell’alpinismo tradizionale.
Al tempo la parete nord era considerata uno degli ultimi grandi problemi del massiccio del Monte Bianco. Alcuni giorni prima del successo di Allain e Leininger, la grande guida svizzera Raymond Lambert aveva subito una dolorosa sconfitta sulla stessa parete. Aveva fatto l’errore di formare una cordata di quattro persone che era risultata troppo lenta. Nondimeno era riuscito a superare il primo passaggio chiave (la fessura Lambert), un tratto espostissimo sopra una cengia sottile. Oltre quel punto, affermò, non era il caso di proseguire.
L’anno precedente, tuttavia, alcuni alpinisti avevano di fatto, attraversato quel gelido granito, anche se nel verso opposto. Un team svizzero, Robert Geloz e André Roch si erano calati dall’alto lungo la parete usando 200 metri di corda e un paio di pantaloni di riserva. Allain non aveva ancora inventato il suo meccanismo per la calata e gli alpinisti scendevano ancora passandosi la corda sotto il sedere – secondo il vecchio metodo “Dulfersitz”. Quello degli svizzeri fu un’azione molto coraggiosa: avrebbero potuto trovarsi bloccati a metà della calata, senza alcuna possibilità di soccorso. Ed in effetti la loro avventura fu ricca di eventi: una corda tagliata, un’altra incastrata, un bivacco nella tempesta, una grandinata e una pioggia di pietre. Tuttavia arrivarono alla conclusione che quella ascesa fosse possibile.
Allain credette a questa conclusione. Aveva organizzato meticolosamente il suo equipaggiamento, preparato materassini gonfiabili, piumini, sacchi da bivacco impermeabili, ma aveva ridotto al minimo l’attrezzatura da arrampicata: sessanta metri di corda da 7 mm – “Una sicurezza adeguata!” scrisse nella sua autobiografia Alpinismo e Competizione – cinque chiodi, sei moschettoni, niente ramponi, una sola piccozza ed un paio di espadrilles con la suola in corda.
Dopo un primo bivacco in parete, Allain e Leininger giunsero al punto in cui Lambert si era fermato. Allain vide una doppia fessura sopra di sé, lunga circa quaranta metri, con uno strapiombo nel tratto finale. Progredì con le braccia nelle fessure ed i piedi puntati in opposizione sulle placche, senza poter piantare un chiodo per più di dieci metri. Alpinisti leggendari che scalarono dopo di lui quel tratto – incluso Lambert che fu il primo a ripetere la salita con Loulou Boulaz nel 1936 – confermarono che si trattava di una difficoltà senza pari per il periodo in tutto il massiccio del Monte Bianco.
Allain in seguito mi confessò che aveva una predilezione per le fessure, cosa assai anomala per i Bleausards. A Fontainebleau le fessure sono rare e lui aveva comunque l’abitudine di andarle a cercare. Una delle più note è la Fissure des Alpinistes in un angolo sperduto della foresta, gradata oggi 5c. Sfortunatamente la Fessura Allain sul Dru non è più molto frequentata. Nel 1945 infatti l’alpinista francese Felix Martinetti trovò un passaggio molto più facile un po’ più a destra. Questo è da allora il passaggio normalmente utilizzato sulla via Allain-Leininger.
Per raggiungere la vetta del Petit Dru, Allain salì un camino ghiacciato senza ramponi. Superarono la seconda notte all’addiaccio durante la discesa. Per tutta la notte la neve continuò a scendere vorticosamente nell’oscurità, tuttavia i loro sacchi da bivacco funzionarono meravigliosamente.
Durante la salita Allain aveva osservato la terrificante verticalità della parete ovest. “Il prototipo stesso dell’impossibile”, l’aveva chiamato. “L’alpinismo, in una parete così, perde i suoi diritti”. In seguito nel 1947 Allain concepì le P.A., delle scarpe da alpinismo con una suola lisca e molto flessibile, che (rinominate “EBs”) avrebbe fatto parte dell’equipaggiamento da arrampicata di molte generazioni di alpinisti in tutto il mondo. Ma all’epoca, nel 1935, Allain non poteva prevedere che la parete ovest sarebbe stata alla fine attraversata da diverse vie e perfino scalata in libera senza corda. Ma senza le scarpe e altri strumenti da lui introdotti – per non parlare delle tecniche di arrampicata da lui sviluppate a Fontainebleau – nessuno di questi risultati sarebbe stato possibile.
Pierre Allain non andò in pensione fino al compimento dei novant’anni. Dato che non si era mai preoccupato di registrare i brevetti, alcuni dei suoi meccanismi furono copiati e riprodotti ed egli non fece mai fortuna. All’età di ottant’anni, ancora in forma, scalò la contorta via Boell sulla Aguille Dibona, con suo figlio. Nonostante il successo riscontrato dalla sue scarpe, egli non fece mai parte dell’industria legata all’alpinismo. Non era un uomo d’affari era solo un uomo libero.

Pierre Allain (1904-2000)
Raymond Leininger (1911-2003)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *